Stati di salute

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Quasi nove milioni e mezzo di vite

A un anno dai tagli ai programmi USAID: effetti a breve e lungo termine

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Jessica Mariana Masucci
feb 07, 2026
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Intro. Il lungo ritiro dall’OMS

Il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è stato uno dei primi atti dell’amministrazione Trump al suo secondo mandato. Oppure no?
L’anno scorso la Casa Bianca ha potuto solo annunciarlo, ma per diventare effettivo doveva trascorrere un anno. Un anno è passato, il 22 gennaio per l’esattezza: quindi sono effettivamente fuori dall’OMS. Oppure no? Dipende da a chi ponete la domanda.

Secondo gli Stati Uniti, la risposta è sì. Ma l’OMS gli ha detto che uno dei requisiti per l’addio è finire di pagare la quota dovuta per il periodo 2024-2025: oltre 260 milioni di dollari (spero che nessuno di voi abbia un debito simile con il proprio condominio).

🇺🇸 Ne è nata anche una disputa sulla bandiera che sventolava fuori la sede di Ginevra dell’OMS, che per qualche ora gli Stati Uniti hanno sostenuto essere trattenuta in ostaggio dall’organizzazione.

Di fatto, che finiscano di pagare le quote oppure no, da un anno gli Stati Uniti di Trump hanno cambiato rotta sulla salute globale.

Siamo qui per raccontare alcune, prime conseguenze.


Fare i conti con un mondo post-USAID

Foto di Navy Medicine su Unsplash

Un anno fa non si faceva altro che parlare della motosega di Elon Musk e delle mosse del Department of Government Efficiency (DOGE), il dipartimento che non lo era ma che ha tagliato interi rami dell’amministrazione pubblica statunitense.

Musk nel frattempo si è scollato dal fianco di Trump e forse noi possiamo permetterci il lusso di non pensarci più, trattarlo come un tema non attuale, ma per milioni di persone nel mondo non solo è attuale, è il tema del loro futuro.

Per chi avesse bisogno di un ripasso: il DOGE ha smantellato la USAID, l’agenzia staunitense che si occupa(va) di cooperazione allo sviluppo e, quindi, anche di programmi per la salute globale. Gestiva, tra le altre cose, gran parte del PEPFAR, il programma presidenziale per la lotta globale all’HIV/AIDS.

Gli Stati Uniti nel 2025 rispetto all’anno precedente hanno speso in cooperazione sanitaria 9,4 miliardi di dollari in meno, una diminuzione del 66%. Le aree pià colpite dai tagli degli aiuti sono l’Africa sub-sahariana, il subcontinente indiano e parte dell’Asia centrale, ma anche paesi come l’Ucraina sono rimasti senza sostegno.

Nei giorni scorsi uno studio pubblicato sul The Lancet ha analizzato gli scenari nel lungo periodo a livello globale. Se gli aiuti umanitari (e sanitari) dovessero continuare a seguire questa rotta, l’ipotesi più moderata è quella di una perdita di quasi 9 milioni e mezzo di vite da qui al 2030.

E Musk? Questa settimana lui e degli ufficiali del Dipartimento di Stato sono stati chiamati a deporre da un giudice federale sullo smantellamento della USAID. La causa è partita da alcuni anonimi ex-dipendenti dell’agenzia americana per lo sviluppo.

Non che questo cambi la situazione di chi attendeva una dose di antiretrovirale che rimarrà chiusa in un magazzino senza essere distribuita.

Ma quali sono stati gli effetti finora di quella che è stata chiamata la “grande recessione” degli aiuti? E quali possono essere le risposte?

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Outro. 🗂️ Dal mio archivio: le testimonianze da Uganda e Cambogia

Nel giugno 2025, a sei mesi dai tagli dei programmi USAID avevo scritto un articolo per L’Espresso sentendo alcune fonti in prima linea, soprattutto nella lotta contro la diffusione dell’HIV, come l’avvocata ugandese Jovia Mirembe, attivista del Global Fund Advocates Network, e Choub Sok Chamreun, direttore di un’ONG cambogiana che si occupa di pazienti con HIV, tubercolosi, epatite.

👉 Vi lascio qui l’articolo da leggere.


Questo numero della newsletter è stato scritto ascoltando Où va le monde, di La femme. Qualcuno ha da consigliare ascolti simili? Datemi un po’ di decadenza, quel tanto di french touch e sono felice. Vi abbraccio, buon fine settimana a chi legge questa mail di sabato. 🫀🧠🫶

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